Ricerche

PROGETTO DI INTEGRAZIONE SOCIALE

Tirocinante Roberta Scanderebech

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L’ANZIANO ISTITUZIONALIZZATO

Dott.ssa Paola Serravezza
(psicologa psicoterapeuta)

Spesso si osserva che i servizi a cui l’anziano si rivolge tendono ad accrescerne la passività e la dipendenza e che soprattutto l’anziano istituzionalizzato, sentendosi inattivo, tenda ad adattarsi alla realtà che lo circonda, escludendo ogni possibilità di cambiamento, isolandosi e rifiutando ogni possibilità di confronto con i propri pari.

Alla luce di ciò, si è tracciato un profilo sociologico della popolazione anziana ospitata, dei loro bisogni  e, della modalità in cui è strutturato il tempo nel Centro.

Attualmente la Fondazione “Edoardo Filograna” ha raggiunto il massimo tetto della sua capienza con circa 120 anziani con età media di 80 anni, e in particolare gli uomini hanno età media di 77 anni e mentre le donne hanno età media di 81 anni.

Osserviamo che: che la percentuale numericamente più rilevante è costituita da vedovi e celibi e da anziani senza figli. Questo dato sembra indicare che quando esiste un buon rapporto familiare l’anziano difficilmente viene istituzionalizzato.

La sopravvivenza del coniuge gioca un ruolo importante nell’ostacolare l’istituzionalizzazione, inoltre, avere un numero di figli limitato, e quindi avere minori possibilità di convivere con uno di essi, è in relazione con l’istituzionalizzazione; invece, un numero di figli>3 è una condizione favorevole per non esserlo.

Relativamente alle dimensioni sociali che più definiscono la qualità “economica” della vita dell’anziano si evidenzia una condizione di generalizzata precarietà che favorisce l’emarginazione.

L’85% percepisce pensione per raggiunti limiti d’età e di questi il 70% anche pensione di invalidità civile con accompagnamento.

Il tipo di professione passata ed il livello d’istruzione ricevuta caratterizza ulteriormente la classe socio-economica d’ appartenenza della popolazione italiana.

Il 42% dichiara di non aver finito le elementari e di questi la maggior parte ha frequentato fino alla terza elementare, il 27.5% ha finito le elementari e il 15% è analfabeta, portandoci a concludere che il livello di istruzione delle persone istituzionalizzate è estremamente basso.

Questo dato è intimamente in connessione con il tipo di occupazione che si distribuisce prevalentemente in casalinga, per le donne  e contadino, per gli uomini.

La percentuale maggiore della popolazione anziana è costituita, infatti, da contadini e casalinghe, la maggior parte di loro, oltre che a lavorare presso terzi o in casa, svolgevano attività presso le proprie  aziende familiari, specialmente le proprie campagne.

Per quanto riguarda le donne si osserva che quasi tutte oltre a gestire la casa e la famiglia contribuivano al reddito familiare svolgendo attività di sarta e contadina.

Il 57% si dichiara molto soddisfatto del lavoro svolto, il 25% soddisfatto e il 17.5% abbastanza insoddisfatto. Di questi il 77.5% se potesse lavorare farebbe lo stesso lavoro che ha svolto durante la sua vita, mentre il 22.5% lo cambierebbe.

Il “lavoro passato”  e l’istruzione sono variabili molto informative circa la qualità socio-economica della vita dell’anziano.

Per le generazioni passate, infatti, possedere un titolo di studio spesso era l’unico requisito per accedere ai posti di lavoro più soddisfacenti anche sul piano economico.

Data, quindi, la situazione rilevata di generale precarietà è opportuno chiedersi che tipo di convivenza l’anziano è costretto a scegliersi.

Se si osservano i dati relativi al tipo di convivenza scelta si osserva che alla domanda qual è il tipo di convivenza migliore per Sé la maggior parte (72.5%) dichiara  che vuol vivere preferibilmente in Istituto, secondariamente da solo, assistiti però da una persona che li accudisca, poi con i figli.

Interessante è anche che la popolazione anziana dia la stessa modalità di risposta circa la residenza auspicata per una persona anziana in generale, infatti, il 35% dichiara che è opportuno vivere in una casa di riposo e il 10% con i figli.

Questa scelta di vita solitaria ed “emarginata” potrebbe essere spiegata o per una identificazione con l’istituto, adattamento ed accettazione del medesimo, oppure per un desiderio di non disattendere le aspettative dell’intervistatore, vissuto come membro interno al centro.

Dal punto di vista della salute gli anziani in istituto mostrano una deambulazione più carente, il 41% ha bisogno di carrozzella, l’8% utilizza il girello, il 7% è allettato e il 44% è autonomo.

L’istituto ha una funzione di supporto fisico e morale per quelle persone che non hanno sostegno all’interno della famiglia ( il 57% sono vedovi, e il 55% non ha figli).

La salute è un’esperienza soggettiva che assume caratterizzazioni diverse in funzione di specifiche condizioni sociali, si può notare come nonostante l’età e le condizioni fisiche non indifferenti circa il 59.25% dichiara che “rispetto alle altre persone della sua età ha uno stato di salute “buono”, inoltre, nell’ultimo anno dichiara di essere stato quasi sempre bene il 55.5%.

Ciò potrebbe essere spiegato con le frequenti possibilità che l’anziano istituzionalizzato ha di confrontarsi con patologie gravi e spesso, anche con la morte dei coetanei. Ciò lo porta, forse, a ridimensionare il giudizio sulla propria salute.

Benessere psichico

Si nota una tendenza lievemente ipocondriaca caratterizzante la popolazione della terza età, così come una eccessiva verbalizzata volontà di morire.

Una spiegazione a questi dati potrebbe essere data dal fatto che l’anziano utilizza il proprio corpo come strumento di comunicazione col mondo, il corpo che ha bisogno di essere curato, toccato, e che permette di accentrare l’attenzione degli altri, spesso “grazie” a patologie psicosomatiche.

Sembra che l’anziano anziché protestare la propria emarginazione, la propria infelicità (volontà di vivere) la viva a livello più profondo tanto da minacciare la propria integrità personale, la propria autostima (soddisfazione vita). Sembra, inoltre, più disposto a vivere il proprio isolamento sociale proiettandone le ragioni sugli altri e sulla società.

L’anziano introietta tutti quei messaggi  negativi relativi alla vecchiaia come stato di passività, di malattia, di minore domanda di cibo, di sesso, potere e status, portandolo ad adattarsi a questa immagine, peggiorando il suo isolamento sociale e la sua insoddisfazione.

La “teoria del disimpegno” ritiene che il ritiro dall’attività lavorativa è una delle condizioni sociali patogenetiche per l’anziano. Il ripiegamento sul Sé, la riduzione della vita socializzata, danneggia l’anziano. Il pensionamento non deve essere un letargo psichico, ma deve cambiare in impegno disimpegnato come ricerca di altri ruoli sociali.

Tale teoria sottolinea l’importanza di favorire condizioni sociali ed ambientali che vadano contro lo stereotipo dell’anziano; il contesto deve essere carico di rinforzi positivi, deve richiedere partecipazione sociale e riconoscere loro autorità educativa, i comportamenti autonomi devono essere rinforzati e scoraggiati quelli regressivi.

Paul Lawton (1973), studioso in campo geriatrico, afferma: che le “qualità funzionali oggettive” costituiscono il modo con cui per il soggetto, l’ambiente permette di attuare un comportamento di competenza, sia a livello di qualità sia di complessità e le “qualità funzionali soggettive” sono rappresentate dal modo con cui il soggetto valuta l’ambiente come facilitante il senso individuale di competenza…….

Le competenze sono, dunque, le “qualità funzionali individuali”, le qualità specifiche che mutano per l’anziano secondo un processo dinamico dovuto all’interazione dell’individuo con “oggetti, persone e idee” del suo ambiente. Attraverso tale processo l’uomo, “cambia, matura, invecchia”.

Alla luce di queste componenti teoriche sono state  ideate e programmate  una serie di attività e iniziative finalizzate a promuovere le capacità di socializzazione, a ridurre l’isolamento, a incentivare la creatività e l’autostima.

Come afferma Lawton (1973) “i determinanti dei comportamenti anziani sono definiti dai principi dell’apprendimento che si verifica tra  l’individuo ed il suo contesto fisico e sociale di appartenenza. I comportamenti umani “operanti” sono quelli che influenzano o sono influenzati dal contesto ambientale.”

Se il contesto è ricco di rinforzi positivi, di contingenze specifiche, che aumentano la possibilità di invecchiare positivamente, il “setting comportamentale” che ne risulta si può definire favorevole all’anziano. Un contesto che chieda implicitamente all’anziano partecipazione sociale, che gli riconosca autorità educativa, gli richieda capacità di attività produttive o non produttive, ma significative per il gruppo a cui appartiene, è certamente un contesto favorevole alla vecchiaia.

Sessualità e terza età

Il miglioramento della salute e dell’aspettativa di vita porta a rendere  sempre più evidenti le problematiche legate alla sessualità durante la III età. Le modificazioni di un corpo che spesso diventa  più vulnerabile alle malattie e all’affaticamento e che perde i valori estetici riconosciuti come richiamo sessuale, conducono ad una diminuzione della propria sicurezza . i cambiamenti fisici ed estetici rappresentano una fragilità che induce ad una percezione negativa del proprio corpo e dell’immagine corporea, che diventa ostacolo ad una felice attività sessuale. La più grande influenza sull’attività sessuale deriva non tanto dalle modificazioni dovute al “climaterio maschile o alla menopausa per la donna, quanto dall’ambiente socio-culturale l’uomo e la donna hanno vissuto durante la loro maturazione sessuale. Infatti, il fattore che influisce maggiormente sull’efficienza sessuale dell’anziano consiste nella continuità dell’espressione attiva della sua sessualità..

Purtroppo, la nostra società non ha mai riconosciutola normalità della sessualità degli anziani. Il sesso è infatti, sinonimo di gioventù e la vecchiaia asessuata l’immagine più diffusa, proposta e imposta, la conseguenza è il pregiudizio che, dopo una certa età per l’uomo e la menopausa per la donna, il bisogno sessuale non esista più.

Invece la possibilità e la necessità dell’attività sessuale è presente anche nella coppia anziana e ciò è fonte di energia vitale.

Quando i componenti della coppia si amano e la relazione è soddisfacente i rapporti sessuali possono esprimersi con tenerezza  e il piacere sessuale deriva dall’incontro con l’altro e dall’intimità che si prova dall’incontro con l’altro. Questo spesso non si realizza a causa di incomprensioni dovute a insensibilità, indifferenza, conflittualità o problemi morali.

Le fantasie sessuali che possono molto svilupparsi nella terza età invece di essere considerate positivamente possono essere inibite dal pregiudizio che la sessualità nell’anziano non essendo procreativa è automaticamente perversa.in conclusione nonostante le tante difficoltà sofferte dagli anziani, è necessario ma sicuramente possibile che questi reagiscano ai processi evolutivi non lasciandosi scoraggiare dai problemi che devono affrontare, ma cercando di utilizzare tutte quelle occasioni sensoriali piacevoli che possono servire a compensare le problematiche legate all’età.

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